Avviata la campagna per la promozione della sicurezza stradale e lavorativa.
Maggiori informazioni nella pagina "Progetti".

 
Home arrow News arrow Confederati multietnici
Confederati multietnici PDF Stampa E-mail
Confederati multietniciGli immigrati sono «la linfa vitale» di cui l'Italia ha estremo bisogno. «Non comprenderlo significa non saper guardare alla realtà». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l'aveva detto il 15 novembre nell'incontro con i nuovi cittadini italiani al Quirinale e l'ha ribadito il 22 davanti alla Federazione delle chiese evangeliche in Italia: «Mi auguro che in parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri».
Persone che aiutano il Paese a «portare il fardello del debito pubblico, che senza di loro sarebbe ancora più difficile sostenere». Insomma il messaggio è chiaro e il destinatario pure: la speranza è che il premier Mario Monti inserisca il tema degli immigrati tra quegli «obiettivi ambiziosi » del nuovo governo, elencati il 17 novembre nell'aula del Senato. E che, come suggeriscono da tempo gli economisti , l'immigrazione sia vista come un fattore in grado di attirare capitale umano qualificato e favorire la crescita. Visto che gli stranieri regolari hanno superato quota 5 milioni e oggi producono il 12% del Pil italiano.
Più di 1 milione di immigrati iscritti ai sindacati
Una convinzione che i sindacati hanno sposato da tempo. Fin dalla fine degli Anni 80, infatti, Cgil, Cisl e Uil hanno fatto dei temi dell'immigrazione una scelta politica che si basa sul concetto di integrazione e uguaglianza dei diritti per tutti i lavoratori.
CGIL, SINDACATO PLURIETNICO. La Cgil, da sempre contraria alle gabbie salariali di origine etnica, non ha mai firmato accordi che prevedessero un trattamento diverso tra lavoratori italiani e stranieri, ma già nel 1991 aveva modificato il proprio Statuto definendosi «un sindacato plurietnico». Da allora ogni Camera del lavoro ha uno sportello informazioni e offre servizi dedicati agli immigrati. Quelli iscritti alla Cgil sono ormai 400 mila, «e tanti di loro sono dirigenti che lavorano per il sindacato a livello confederale e categoriale», spiega a Lettera43.it Kurosh Danesh, di origine iraniana, del coordinamento immigrati della Cgil in cui è entrato nel 1990.
CISL, LA PRIMA NEL 1989. Ancora prima, nel 1989, la Cisl aveva creato l'Anolf, l'Associazione nazionale oltre le frontiere, «che serviva per intercettare le esigenze degli immigrati», spiega Liliana Ocmin, segretario confederale. «Oggi molti di questi lavoratori non solo fanno parte del sindacato - gli iscritti sono circa 480 mila - ma sono diventati anche dirigenti». E la storia di Ocmin, arrivata dal Perù 20 anni fa, sposata in Italia con due figli, ne è la testimonianza.
UIL, ESPERIMENTO PIONIERISTICO. Vent'anni fa, anche la Uil, che oggi conta 130 mila immigrati iscritti, aprì a Roma il suo primo sportello dedicato. «Fu un esperimento pionieristico», spiega il segretario confederale Guglielmo Loy, «in quegli anni, né la pubblica amministrazione né la politica erano pronte ad accogliere gli stranieri che diventavano lavoratori italiani».
Da allora gli immigrati sono sempre più presenti nel sistema produttivo del Paese. «Rappresentano la manodopera del futuro, e visto che l'Italia è priva di materie prime e ha un'economia basata sulla produzione di beni e servizi», osserva Danesh, «rappresentano una risorsa indispensabile e da valorizzare». Per questo i sindacati ogni giorno lottano affinché vengano introdotte alcune specificità nella contrattazione di secondo livello: «Visto che il 10% dei lavoratori italiani è immigrato», continua Danesh, «e ogni anno oltre 200 mila di loro è regolarizzato, occorre ascoltare le esigenze di questa minoranza, rendendole però universali».
I successi: dalle 150 ore ai corsi di italiano per stranieri
Si va dalla semplice richiesta di prevedere, nelle mense aziendali, menù senza carne di maiale vietata dalla religione musulmana, all'esigenza di periodi di ferie più lunghi, ottenibili con il cumulo, per i lavoratori che arrivano da Paesi lontani», racconta Ocmin. Sino al Testo unico sulla sicurezza e la salute nei posti di lavoro, diventato legge nel 2010, che prevede oltre alla variabile del genere anche l'etnia e le diversità culturali.
BENEFICIO PER TUTTI. Si tratta di piccole attenzioni riservate ai lavoratori stranieri di cui però alla fine beneficiano tutti. È il caso, per esempio, dei corsi di alfabetizzazione. «Abbiamo più volte proposto ai Fondi interprofessionali di inserire corsi di italiano per i lavoratori stranieri», racconta Danesh, «e nel settore dell'edilizia molti hanno accolto questa richiesta che ha favorito tutti, imprenditori e operai». Sono numerose poi le attività didattiche che gli stessi sindacati organizzano grazie al volontariato di alcuni iscritti, spesso professori in pensione, che aiutano i giovani immigrati a parlare correttamente la nostra lingua. «Così come negli Anni 60 il sindacato attraverso varie iniziative come le 150 ore si prese l'incarico di educare e formare le masse di lavoratori, spesso analfabeti, che arrivavano dalle campagne, oggi lo stesso sforzo deve essere fatto con gli immigrati, che non sono e non saranno sempre solo raccoglitori di pomodori e badanti», assicura Ocmin.
L'ostacolo della Bossi-Fini e la ratifica della direttiva 52
Un percorso tutt'altro che in discesa e costellato di ostacoli. Il più pesante dei quali è senza dubbio la legge Bossi-Fini: «Secondo il contratto di soggiorno se un immigrato lavora in Italia anche da 10 anni ma perde il lavoro, ha solo sei mesi di tempo per trovarne un altro, altrimenti deve andare via», ricorda Loy.
RISCHIO SFRUTTAMENTO. Una regola che non fa altro che alimentare tensioni e agevolare lo sfruttamento, oltre che la concorrenza sleale: «Diventa un'arma di ricatto per abbassare il costo del lavoro degli immigrati che pur di trovare un impiego entro sei mesi accettano di tutto», denuncia un operatore della Cgil. Anche per questo motivo l'Inps continua a registrare una differenza salariale del 30% tra le lavoratrici italiane e quelle straniere.
DISOCCUPATI E SOTTOPAGATI. Secondo il Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione 2011 della Fondazione Leone Moressa, il tasso di disoccupazione straniero è passato dall’8,5% del 2008 all’11,6% del 2010; gli immigrati hanno livelli di povertà più elevati: il 37,9% delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà contro il 12,1% delle famiglie italiane, e le loro retribuzioni sono inferiori di 300 euro rispetto ai lavoratori italiani.
RATIFICA DELLA DIRETTIVA 52. E visto che in questo momento di crisi sono proprio gli stranieri a perdere per primi il posto, i sindacati chiedono da tempo la ratifica della direttiva 52 dell'Ue sull'emersione del lavoro nero, che dà la possibilità agli irregolari di denunciare i datori di lavoro che li sfruttano ottenendo un permesso di soggiorno umanitario per trovare un'occupazione legale. «Una misura che già doveva entrare in vigore entro il luglio 2011», ricorda Ocmin, «e che limiterebbe la riduzione in schiavitù specie nel settore dell'edilizia e dell'agricoltura».
LEGGE TURCO-NAPOLITANO. L'obiettivo comune di tutti i sindacati è quello di poter usare in maniera più ampia l'articolo 18 della legge Turco-Napolitano finora applicato per aiutare le prostitute vittime dei propri aguzzini. Ma le cose stanno cambiando. «Nel 2010», fa notare Danesh, «in circa 500 sentenze i giudici hanno però già esteso la normativa ad altri lavoratori». 
I servizi del patronato e la cittadinanza ai figli di stranieri
Ma sono anche altri i servizi che il sindacato ha offerto in questi anni per favorire l'integrazione e rendere meno difficile per gli stranieri l'accesso al mondo del lavoro. Da cinque anni per esempio i patronati si occupano - grazie a una direttiva dell'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu - di firmare i protocolli del rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Sono circa 700 mila gli immigrati che ogni anno si rivolgono all'ufficio Inca della Cgil. «Nel 2011 il patronato ha firmato circa 140 mila rinnovi, concesso 12 mila ricongiungimenti familiari oltre a occuparsi delle pratiche e dei servizi di informazione», spiega Danesh. «L'immigrazione in Italia è ormai una variabile costante in tutti i processi, non se ne può più fare a meno, e la politica se ne deve rendere conto».
STRUMENTALIZZAZIONI POLITICHE. In tal senso, secondo Danesh, anche l'intervento del presidente della Repubblica per concedere la cittadinanza ai figli di stranieri sulla base del principio dello ius soli è stata salutata come «la richiesta di un grande statista che guarda al futuro della società, mentre alcuni politici continuano a fare cassa elettorale giocando sulla sensibilità degli italiani verso questi temi».
Un cambio delle regole di cittadinanza è sempre più urgente: «La carta di soggiorno per esempio», spiega Loy, «può essere concessa agli immigrati dopo cinque anni di permanenza in Italia, ma è ancora troppo difficile e complicato l'iter per ottenerla, è invece uno strumento utile che andrebbe concesso con più facilità».
SPERANZE PER IL NEO GOVERNO. La speranza è che Andrea Riccardi, neo ministro per la Cooperazione internazionale e l'integrazione, lavori su questi temi: dalla riforma della legge di cittadinanza all’estensione del diritto di voto amministrativo agli stranieri lungo-residenti. Tema, quest'ultimo, da dicembre 2009 fermo in parlamento.«Non ho la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi», ha detto dal canto suo Riccardi, «Ma lavorerò per ascoltare gli immigrati e gli italiani e costruire insieme un percorso di integrazione».
 
< Prec.   Pros. >
RocketTheme Joomla Templates