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Cnel, gli immigrati e il mercato del lavoro italiano: una proiezione al 2018 PDF Stampa E-mail
Rapporto presentato il 20 luglio 2010
La presenza straniera nel mercato del lavoro italiano è uno dei principali mutamenti strutturali osservati negli ultimi anni, e di cui si discute da tempo. Naturalmente l’arrivo nel nostro paese di un numero crescente di persone provenienti da paesi con culture anche molto differenti dalla nostra, fenomeno comune al resto delle economie industrializzate, ma in Italia piuttosto recente, ha sollevato non poche questioni di carattere non solo economico, ma anche sociologico e politico. Si è infatti reso necessario un ripensamento delle regole di convivenza sociale per tenere conto anche di questo fenomeno. Il processo è ancora in corso, e comporta non poche difficoltà.
Ma all’indomani della grave crisi economica che non ha risparmiato l’Italia e i cui effetti, in termini di posti di lavoro persi, stanno cominciando a rendersi pesantemente manifesti in questi mesi, da alcune parti si è sollevata la questione circa la reale necessità della forza lavoro immigrata. In altre parole, data la caduta della domanda di lavoro e l’aumento del numero di persone (italiane e straniere) in cerca di un’occupazione, ci si è chiesti se sia davvero “necessaria” l’offerta di lavoro straniera. Al di là delle correzioni di breve periodo, qui si vogliono analizzare gli effetti nel medio-lungo termine, ad un decennio dalla recessione, quando si immagina che si saranno riassorbite le conseguenze negative, in termini occupazionali, della crisi. In altre parole, si vuole capire se e quanto gli immigrati siano necessari al mercato del lavoro italiano in una prospettiva di medio periodo. In questa scheda esaminiamo la dimensione puramente quantitativa dei flussi nel prossimo decennio anche se , naturalmente, sarebbe necessario fare alcune considerazioni in termini di settori e mansioni nei quali sono impiegati prevalentemente lavoratori immigrati al posto degli italiani. La popolazione italiana, com’è noto, è caratterizzata da un accentuato problema di invecchiamento demografico. Il crollo della fecondità osservato negli ultimi decenni, insieme all’allungamento della speranza di vita, ha modificato la struttura demografica. La numerosità delle coorti più giovani si è drasticamente ridotta, mentre le coorti più anziane hanno ora una numerosità più elevata che in passato. Una minor numerosità delle coorti in età fertile insieme alla riduzione della fecondità si traduce in una caduta della natalità: l’invecchiamento demografico è quindi un fenomeno che si autoalimenta. Non è peraltro un appannaggio solo italiano, dato 49 che interessa la maggior parte dei paesi occidentali (e anche parte di quelli emergenti). Ma l’Italia è uno di quei paesi in cui l’intensità è maggiore. Il fenomeno dell’immigrazione, relativamente recente, ha permesso di compensare in parte tali tendenze, tanto che le proiezioni demografiche sono state più volte riviste verso l’alto proprio per tenere conto non solo del saldo migratorio ma anche dell’apporto in termini di saldo naturale (nati meno morti) proveniente dagli immigrati, la cui struttura demografica è tipicamente più giovane di quella italiana (anche perché la scelta di migrare è peculiarmente delle fasce più giovani, più intraprendenti). Come si può vedere dal grafico, la moda della distribuzione per età della popolazione straniera tende ad essere attorno ai 30 anni, mentre per la popolazione italiana è attorno ai 45 anni. L’età media per gli italiani all’inizio del 2009 era di 43.5 anni mentre per gli stranieri di 30.8 anni. La struttura demografica più giovane, così come la più alta fecondità (se per le donne italiane nel 2008 il tasso di fecondità è stato di 1.32 figli per donna, per le straniere è stato di 2.31) si traduce in una maggiore natalità ed un crescente apporto alle nascite complessivamente osservate in Italia. Nel 2008, il 16.7 per cento dei bambini nati aveva almeno un genitore straniero (e il 12.6 per cento li aveva entrambi). Queste tendenze si riflettono ovviamente sulle evoluzioni in prospettiva della popolazione residente. Prendendo le proiezioni dello scenario centrale Istat1, si osserva come la popolazione straniera tra il 2009 ed il 2018 crescerà di quasi il 53 per cento (ad un ritmo medio annuo del 4.8 per cento), a fronte di una leggera contrazione della popolazione italiana, che nello stesso periodo si ridurrà complessivamente dell’1.1 per cento. La crescita della popolazione immigrata permetterebbe comunque di più che compensare il calo di quella italiana; i residenti in Italia nel 2018, secondo le previsioni Istat, saranno 61.5 milioni, con un incremento complessivo del 2.4 per cento rispetto al 2009 (circa 1.4 milioni di persone in più). Ma è sulla popolazione in età lavorativa (convenzionalmente, le persone tra i 15 e i 64 anni) che gli effetti dell’invecchiamento della popolazione italiana e quelli dell’immigrazione appaiono più rilevanti. Dato che stanno cominciando ad andare in pensione le prime coorti nate durante il baby boom (che in Italia si registrò nell’immediato dopoguerra e fino alla fine degli anni sessanta), mentre le coorti in ingresso sono sempre più assottigliate, il profilo previsto dall’Istat per la popolazione residente in età lavorativa è crescente solo fino al 2011, per poi gradualmente ridursi (nel 2020 sarà sostanzialmente sui livelli del 2007). Tra il 2009 ed il 2018 la componente italiana è prevista ridursi complessivamente del 4.8 per cento, pari a oltre 1.7 milioni di persone in meno. Al contrario, la popolazione straniera in età lavorativa crescerà, secondo l’Istat, del 47 per cento nello stesso periodo, pari a oltre 1.4 milioni di persone in più. È quindi evidente che l’arrivo e la stabilizzazione di immigrati in Italia permetterebbe di compensare la maggior parte della riduzione prevista nella popolazione potenzialmente attiva. Naturalmente non tutte le persone in età lavorativa sono poi effettivamente attive, e tra quelle che lo sono non tutte risultano occupate. In una fase come quella più recente, di forte contrazione dei tassi di occupazione, un incremento della popolazione in età lavorativa non si traduce in un incremento di pari entità dell’occupazione. Ma ipotizzando che nel medio-lungo periodo vi sia una graduale normalizzazione del ciclo ed un progressivo riassorbimento di parte della disoccupazione creatasi per effetto della crisi (seppur una certa resilienza, dovuta al fenomeno dell’isteresi, non possa essere trascurata), i tassi potrebbero tornare sui livelli pre-crisi. È questa l’ipotesi alla base dell’esercizio qui proposto: fatta tale assunzione, si intende valutare l’effetto del mutamento nella struttura della popolazione residente sull’occupazione.
Come noto, i tassi di occupazione non sono costanti per tutte le età, ma hanno un andamento a U rovesciata: per i più giovani, i tassi di occupazione sono bassi, perché molti proseguono gli studi, non entrando nel mercato del lavoro, oppure perché faticano a trovare un impiego, restando quindi disoccupati. Il tasso di occupazione, per gli uomini, raggiunge i livelli massimi tra i 35 e i 50 anni e poi, a partire dai 55 anni, si riduce per effetto del progressivo pensionamento. Per le donne l’andamento è simile (ma su livelli inferiori) nella prima parte della vita lavorativa, ma la riduzione dei tassi di occupazione comincia ad essere rilevante già a partire dai 40 anni, per effetto dell’uscita dal lavoro a causa delle difficoltà di conciliazione con le responsabilità di cura (dei figli piccoli o dei genitori anziani), oltre alla componente generazionale (le coorti più mature sono quelle in cui il tasso di partecipazione, e quindi di occupazione, femminile era più basso anche quando erano più giovani). Per gli stranieri si osserva un più precoce aumento del tasso di occupazione per gli uomini, così come un’uscita posticipata, mentre per le donne il tasso di occupazione appare inferiore a quello osservato per le italiane fino ai 40 anni, ma se per queste ultime poi si riduce, per le straniere continua ad aumentare fino ai 55 anni (un profilo molto più “maschile”). Dall’applicazione di tale profilo ad una popolazione mediamente più anziana ed in contrazione (per quanto riguarda la componente italiana) risulta una riduzione del numero di occupati italiani, dato che le coorti più numerose sono anche le più anziane, quindi con tassi tipicamente più bassi. Sulla base delle proiezioni Istat sulla popolazione per età, gli occupati italiani fino a 64 anni risulteranno pari a 19.9 milioni nel 2018, in riduzione di quasi 1.4 milioni persone rispetto a quanto osservato nel 2008. In assenza di lavoratori immigrati, dunque, ci troveremmo un’ampia carenza di occupati. Tale lacuna verrebbe però in parte colmata dall’apporto dei lavoratori stranieri. Dal nostro esercizio risultano difatti 1.3 milioni di occupati stranieri in più nel 2018 rispetto a quanto registrato nel 2008. Tale incremento sarebbe il risultato solo della dinamica demografica vivace di questa componente della popolazione. Sebbene la crisi economica abbia evidenziato ampi eccessi di capacità produttiva per alcuni settori, per i quali probabilmente si assisterà ad un sottodimensionamento rispetto a quanto osservato nel recente passato, è però plausibile pensare che - dopo un decennio - l’occupazione complessiva possa esser tornata almeno sui livelli pre-crisi. Con i lavoratori stranieri, l’occupazione totale sarebbe di 22.9 milioni di persone, risultando ancora al di sotto (seppur di poco, 80mila persone) dei livelli osservati nel 2008. Seppure nel breve-medio periodo gli immigrati appaiano probabilmente in eccesso rispetto ai fabbisogni, dato che stando alle previsioni ref la stabilizzazione e la graduale ripresa dell’occupazione non saranno sufficienti a riportare il numero di occupati sui livelli pre-crisi prima del 2015, non è così quando l’ottica si allunga un po’; le tendenze demografiche2 sottostanti non possono essere trascurate. Peraltro, a meno di forti guadagni di produttività in grado di compensare la contrazione dell’occupazione, un calo prolungato di quest’ultima avrebbe effetti negativi non trascurabili sulla crescita potenziale.
 
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